Sono Enrica Salsi, di Reggio Emilia, classe 1976. Ho conosciuto quanto sia bello avere una famiglia che ti vuole bene e tanti amici. Ho studiato con entusiasmo….direi qualsiasi cosa. Mi sono laureata in ingegneria ed ho cominciato subito a lavorare. Buon lavoro, colleghi spettacolari. Assunzione a tempo indeterminato. Facevo volontariato in parrocchia e fuori. Ma trascinata dagli stretti binari di lavoro, volontariato, sport … rischiavo di perdermi un po’ e di concentrarmi sul mio senza allargare lo sguardo al mondo. Stavo bene, ma sapevo nel cuore che potevo essere più felice, che non era quello il mio posto. In cinque parole: non mi sentivo pienamente viva.

Sognavo una rivoluzione: mettere davvero al centro il Vangelo, in modo più concreto. Volevo dedicare ai fratelli le mie migliori energie e capacità. E volevo farlo in modo gratuito e libero. Volevo restituire qualcosa di quello che avevo ricevuto…quantomeno fare pienamente la mia parte, realizzare completamente il mio ‘nome’. Fare quello a cui tutti siamo chiamati. Sulla carta sembrava difficile lasciare… le comodità , lo stipendio, le opportunità, la famiglia, gli amici. Cucina italiana, sport, viaggi, concerti, spettacoli, soldi da spendere … non mi è mancato seriamente nulla di tutto questo. Vivere con molto meno, togliere un po’ di sovrastrutture fa assaporare di più il gusto delle cose e delle esperienze quotidiane. La famiglia, gli amici…quello è un altro discorso: gli affetti mancano in modo pungente nel mio quotidiano, ma se faccio un bilancio onesto… non ho perso nessuno dei miei veri amici, la famiglia mi è sempre stata vicina.

Sono partita per il Madagascar nel 2008 e per i primi due anni ho lavorato come volontaria in un progetto di sviluppo sanitario dell’ong RTM . La nostra sede era la città di Manakara, sulla costa sud-est dell’isola e ci occupavamo della formazione di agenti sanitari di villaggio per la presa in carico degli invalidi della filariosi e della lebbra. E’ stato durante una delle collaborazioni di progetto che mi sono imbattuta nel ‘popolo di Ambokala’. Erano famiglie intere con vecchi e bambini, insieme ad ammalati completamente soli, che vivevano relegati alla giusta distanza dalla città per non disturbare. Ufficialmente erano i ricoverati dell’ospedale psichiatrico statale di Ambokala. L’ospedale era un insieme di strutture fatiscenti, una sorta di accampamento di circa duecento persone, molte con disturbi psichici, che vivevano di elemosina, completamente escluse dalla vita sociale, condannate a crescere qui i propri figli. Sono rimasta folgorata dall’umanità che ho trovato qui. Non so più bene se ho scelto io o mi sono sentita scelta da loro, ma ho cominciato a tornare tutti i weekend… e poi ad organizzare con loro il Natale e la Pasqua e le domeniche…fino a desiderare di poter restare qui con Victor, Baopascaline, Georgette, Rodin, Marie, Velice… ormai ‘loro’ avevano un nome, una storia. Avevamo creato un legame. Sono rimasta per donare la mia piccola predilezione a chi mi sembrava che non ne avesse mai avuta. A chi agli occhi della comunità pareva invisibile. Questi ammalati, per le disgrazie della vita e l’estrema solitudine, pensavo, avevano buonissimi motivi per non credere che Dio sia Padre buono. D’altronde non sapevano neanche cosa fosse un Padre buono.

Ecco allora la mia piccola rivoluzione: vivere da fratelli, volendosi bene, donandosi attenzione nelle piccole cose di ogni giorno per far assaporare a tutti la gioia di sentirsi prediletti, amati. Amare, per parlare di un Dio Padre che ti ama. Testimoniare un legame perché nessuno si senta abbandonato: questa è la missione per me. Nessuno deve sentirsi escluso dall’amore del Padre: questa è la missione per me

Nel 2010, ad Ambokala non avevamo neanche un infermiere, né medicine, né cibo, né letti… pioveva in tutte le stanze e non c’era né luce, né acqua. C’era solo una dottoressa che passava un paio d’ore due volte a settimana e un ragazzo che faceva il guardiano. Qualcuno ci portava aiuti alimentari, ma li lasciava al cancello… perché non osava entrare. In effetti, da fuori, non eravamo un bello spettacolo. Quando ho chiesto di poter restare ad Ambokala, non ho avuto una standing-ovation. Era una via pionieristica nella nostra missione diocesana: al di fuori dei progetti internazionali delle ONG e al di fuori anche dei circuiti protetti della missione cattolica storica. Preoccupava e disturbava anche un po’… e poi io non ero sposata, né consacrata. Ma c’era chi mi ha dato fiducia e sono rimasta come missionaria laica fidei donum della Diocesi di Reggio Emilia alla Diocesi di Farafangana, con il consenso dei due vescovi. Fino ad oggi.

Durante il mio primo anno ad Ambokala non ho fatto concretamente grandi cose. Mi sono lasciata accompagnare dalle gente per capire di cosa ci fosse primariamente bisogno. Insieme al reperimento dei farmaci, la prima attività che abbiamo organizzato è stata la mensa comunitaria per garantire tre pasti caldi al giorno a tutti. La cantine ci ha fornito l’occasione di dare un appuntamento fisso a tutti quelli che non uscivano dalle camere da mesi, perché non avevano nessuno da incontrare. Sentirsi chiamati per nome, considerati, cominciare ad intessere relazioni, ha trasformato davvero la vita, anche ai più sofferenti. Perché la relazione ti fa sentire vivo.  Dopo qualche anno, altre persone hanno accolto l’invito a fare famiglia con gli ammalati. E’ arrivata una serva della Chiesa, le suore trinitarie di Valence, alcune madri/sorelle ad aiutare in cucina, un’assistente sociale ed alcuni insegnanti disponibili ad iniziare alcune attività di ergoterapia( sport, falegnameria, orticultura, intreccio, cucito…)

Abbiamo creato una piccola équipe: l’Aumonerie Catholique des malades à Ambokala e abbiamo stipulato un accordo di Partenariato con il Ministero delle Salute, garantendo la nostra presenza quotidiana nell’accompagnamento sociale degli ammalati e ottenendo l’invio di un’équipe sanitaria fissa dedicata all’ospedale psichiatrico. Il nostro servizio è di sostenere economicamente le cure dei più poveri ed accompagnare gli ammalati e le loro famiglie durante e dopo l’ospedalizzazione: gestiamo la mensa, l ‘ergoterapia, le visite a domicilio e la scolarizzazione dei figli delle persone in difficoltà.

In questi quindici anni anni l’ospedale è stato reso dignitoso, in termini di strutture e di cure e il nostro impegno ha contagiato anche lo Stato, che ha finalmente iniziato a prendersi le sue responsabilità e a fare la sua parte. Oggi non c’è più chi lascia aiuti al cancello per paura di avvicinarci. Il lavoro da fare però è ancora lungo perché la malattia mentale, in Madagascar è considerata: “ny farany ratsy” cioè l’ultima delle brutte malattie, seconda solo alla lebbra. E’ associata sempre ad ingerenze demoniache e per questo è bersaglio di stigmi molto difficili da sradicare. Anche a livello economico, gli ammalati psichici indigenti non hanno ancora gli stessi diritti delle altre categorie di ammalati. Per questo motivo, negli ultimi anni ci stiamo impegnando a garantire esperienze di studio e lavoro che permettano di reintegrare le persone in cura nelle vita familiare, sociale ed economica. L’obiettivo è di dare coraggio e fiducia a chi esce dall’ospedale e nello stesso tempo far capire alla società che ognuno ha diritto ad un suo posto nelle comunità e può dare il suo contributo prezioso.

Trasformare una mentalità è un lavoro lungo e difficile, ma credo si possa fare partendo dalle piccole rivoluzioni quotidiane. Noi, pur con tante difficoltà e cadute, cerchiamo di vivere in una logica di fratelli in cui tutti si sentano accolti e facciano la loro piccola parte. Al di là di provenienze e religioni. Nessuno escluso. Sposiamo una condivisione concreta in cui ognuno mette dignitosamente a disposizione quello che ha, si ringrazia il Padre e come per i pani e i pesci, finisce sempre che ce n’è per tutti… Al di là delle convenzioni sociali, ci sediamo tutti alla stessa tavola e con lo stesso cibo, perché saremo seduti alla stessa tavola con il Padre. 

Cerchiamo di accogliere, aiutare, consigliare lasciando comunque a tutti la libertà di cercare la loro strada e il loro posto in questo mondo. Tutte le volte che ci dicono che le persone ‘strane’ in giro per la città sono il fallimento evidente del nostro lavoro, perché dovremmo costringerle in ospedale, rispondiamo che sono persone a cui noi offriamo un legame importante e che hanno semplicemente trovato un modo di vivere che per loro è significativo. Abbiamo cercato di non mettere mai un limite all’accoglienza anche quando ci hanno derubato, ingannato, fatto del male…per non tradire un Padre che non dice mai la parola fine di fronte ai nostri tradimenti . 

E quando viene sera, è domenica, è ora di andare, ma scegliamo di rimanere ancora…di fare quel qualcosa in più…quell’inutile agli occhi del mondo, ecco… lì ci arrivano cose dall’Alto che non vengono da noi : grande gioia e tenerezza anche nell’immensa fatica.

– Enrica